GIOVEDÌ 17 MAGGIO 2012

PERSINSALA - rivista di Arte e Teatro - recensione di Simona Maria Frigerio

persinsala

Aquilino firma il testo e Stefano De Luca dirige sette magnifici interpreti di un “mondo-supermercato, dove la famiglia è un macello”.


Temi scabrosi, linguaggio volutamente scurrile, l’oscena quotidianità della violenza, dentro e fuori le cosiddette quattro mura domestiche.
Lo spettacolo più fastidioso della stagione del Teatro della Cooperativa è in scena proprio in questi giorni:CaniCani – un musical grottesco che sfiora il teatro dell’assurdo pur rimanendo ferocemente ancorato alla realtà che ci circonda: soprusi, giochi di potere, sado-masochismo e violenze fisiche e psicologiche – astrattamente; sfruttamento dei minori e della prostituzione, ebetaggine televisiva, commercio illegale d’organi, accidia, tossicodipendenza e spaccio, sogni da velina, incesto e violenza contro le donne – concretamente.
Tra siparietti canori, gustosi lapsus Guzzantiani in panni Marini, rimandi all’immaginario filmico di Danny the Dog, e un padre-padrone incollato alle proprie poltrona e tv – come Nagg e Nell ai bidoni della spazzatura di Beckett – si ride (poco) e soprattutto ci si indigna (molto) di fronte a quel microcosmo in scena, che non è esagerazione satirica – come la merda di Luttazzi – bensì drammatizzazione della quotidianità che ci circonda, specchio della nostra società distorta nella quale riconoscersi tristemente.
Al termine della rappresentazione, l’incontro con interpreti, regista e autore, per esorcizzare, per compiere una catarsi forse impossibile, perché non è più possibile sentirsi innocenti. L’unico dubbio è per il doppio finale: un posticcio happy ending che non riconcilia perché il frutto di un incesto e della violenza carnale non può essere simbolo salvifico, sebbene De André cantasse: “Ama e ridi se amor risponde/ piangi forte se non ti sente/dai diamanti non nasce niente/dal letame nascono i fior”.

 

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articolo di Gian Paolo Galasi

Il mese di febbraio ha visto in scena al Binario 7 di Monza la compagnia Lupus Agnus, che ha presentato la Trilogia della famiglia, composta da Mamma Mammazza, prodotto nel 2008 dal Piccolo Teatro di Milano e incentrato sulle perversioni dei legami familiari; Verginella, presentato al Teatro Filodrammatici di Milano nel 2009 e inerente il tema della pedofilia, e, in prima nazionale questo weekend, Canicani, legato alla tematica del mercato degli organi e di qui all’antropofagia.

I testi di LupusAgnus sono scritti da Aquilino, con alle spalle altre esperienze di scrittura (non solo per la scena) e di teatro; la compagnia nasce invece da un nucleo di attori formatisi alla scuola del Piccolo, presenti e attivissimi nei palchi milanesi e che con questa nuova opera, rappresentata tre volte in due giorni e della durata di due ore, inaugurano un work in progress che è anche un progetto di laboratorio sul testo e sulla sua messa in scena. Alla fine della rappresentazione il pubblico è stato invitato a partecipare attivamente con commenti, impressioni, critiche, che hanno già prodotto degli aggiustamenti tra uno spettacolo e l’altro.

Un lavoro e un impegno notevole, date le tematiche affrontate e la messa in scena. Al traffico di organi in Italia sono stati dedicati pochissimi testi, nel 2009 esisteva solo un libro nella nostra lingua sull’argomento (ma ci sono anche indagini in corso, e dunque il segreto istruttorio). L’umanità rappresentata in questo musical caricaturale e grottesco ricorda quella di Address Unknown di Kim KiDuk, ma non siamo nella Corea appena conquistata dall’esercito statunitense e non si uccidono cani. Eppure il clima umano è quello dei sopravvissuti a una devastazione, che non può essere solo interiore o forse sì, del resto dentro ogni orco c’è un bambino divorato: i carnefici hanno già imparato la lezione della sociologia, dunque, difficile non trovare alibi in un mondo qualunque che ha già fatto della parola quel che si fa dietro quella tenda di plastica, ovvero sesso tra fratello e sorella e traffico di organi.

Annamaria Rossano è una Juliette Lewis (quella di Natural Born Killers) cresciuta e finalmente normale, affamata di successo da tronista e di smalto per le unghie. Oppure pensate agli abitanti di Las Hurdes, ingozzati di hamburger e di televisione: i mostri sono tra noi, non hanno desideri e per questo cantano che “il mondo è guardare, il mondo è emozione”, e sanno che se la felicità non è di questo mondo, il godimento invece lo è e bisogna assicurarselo. Ad ogni costo. La rabbia della fame: la vita annoia, e mentre si sogna di essere famosi è possibile comunque attizzare la fama e il potere mentre i figli debbono obbedire per evitare il bastone, mostrare rispetto perché se i genitori non sono diventati qualcuno è impossibile sfuggire al destino comune, al “tu hai tutto e io non ho niente” che placa le coscienze, i figli come cani alla catena, la morte che dovrebbe essere un momento di riposo, lirico, perché da qualche parte è stato scritto che il dolore va espresso, e comunque si tratta pur sempre di una lacuna da colmare.

Sarà una maternità inaspettata a dare a uno dei personaggi (quella che nel bene o nel male aveva rapporti, per quanto obbligati, col mondo esterno: in fondo è il sapere cosa c’è “là fuori”, fossero anche clienti, la salvezza) la forza per ricacciare nel buco nero le forze del ‘male’, e per ritrovare, nell’altro in sé, una voce soggettiva.

Pur nell’assenza di un mondo simbolico. In scena solo oggetti di uso comune, la poltrona, il televisore, reggiseni nuovi a rappresentare il feticismo del ménage familiare, le catene cui sono legati i figli, e tanta plastica: quella che contiene la “refurtiva”, il telo dietro si compiono i misfatti, quello adibito a coprire. Nulla in scena lascia adito a una ambiguità, a un possibile nuovo uso, a una scelta. Non è possibile prevedere, qualora lo spettacolo arrivasse fisicamente dalle vostre parti, a quali e quanti cambiamenti sarà soggetto. La forza della compagnia è anche la capacità di assimilare gli spunti forniti dal pubblico, come altre compagnie affini forse per spirito, tra cui i palermitani Sutta Scupa, nemmeno tanto più “vecchi”. E’ bello vedere che qualcosa si muove e vive nel teatro contemporaneo. Non siete soli.

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Può piacere o non piacere, ma ti entra nella testa, ti pesa sul cuore. Se non ti è piaciuto, non puoi ignorarlo anche se ne scacci il pensiero come una mosca che ti molesta con un ronzio incessante, esasperante; se ti è piaciuto, o meglio, se l’hai apprezzato, senti la necessità di analizzare le situazioni, non per avere una visione più chiara della rappresentazione, ma per cercare una via d’uscita da quell’orrore sconfinato che ti assale con violenza. Il desiderio di vendetta è come un urlo che implode in te facendo scempio del tuo cuore; vorresti schiacciare come insetti schifosi questi genitori snaturati e immondi, quello zio pervertito, libidinoso, quel ristoratore cinico, astuto, ributtante, ma questa violenza è tenuta al guinzaglio dalle vittime e si stempera nel tenero rapporto tra Canciòn e Canbett, e Canfil, che, nonostante la sua rabbia, manifesta il suo disperato bisogno d’amore accettando di prendere la mano di Canciòn, ormai in fin di vita, con una titubanza e una apprensione commoventi.


Una scena mi ha particolarmente colpita: quella in cui Canciòn morente chiede aiuto al padre. Sarebbe stato facile accentuarne i toni drammatici, data la situazione; invece ho apprezzato molto la misura con cui viene fatta: c’è stanca rassegnazione per lo scontato rifiuto, ma io vi ho “letto” anche come un’offerta di redenzione all’abominevole padre, come un’ultima speranza prima di morire.
Il bambino che deve nascere esce dal ruolo di “frutto di un incesto” per diventare la forza trainante verso una vita degna di chiamarsi tale.

Vincenza Colombo

Buona la prima! Non perfetta, sia chiaro: Canicani, ultimo atto che chiude la Trilogia della Famiglia, ha bisogno di una sforbiciata qua e là, di un po' di rodaggio e della limatura di qualche eccessiva volgarità verbale (come peraltro ammesso dallo stesso autore, Aquilino, al termine della rappresentazione). Ieri sera al teatro Binario 7 di Monza è andata in scena la prima assoluta dello spettacolo, a cui seguiranno la pomeridiana e la serale di oggi. Il pubblico in sala ha applaudito con calore ed è parso aver gradito la resa scenica di questo testo particolarmente intenso che Stefano De Luca ha affidato a un affiatato gruppetto di giovani attori. Due ore e poco più di pugni sferrati con violenza direttamente allo stomaco, senza concedere respiro agli spettatori. Fuor di metafora: Canicani è una discesa per tutti i gironi infernali, senza purtroppo l'ausilio e il conforto di una guida benevola. Solo i più ottimisti (o ingenui) possono sperare di intravedere una luce in fondo al tunnel e di trovare le energie per risalire al purgatorio di una vita "normale". Beh, normale.... Il ménage familiare che vediamo rappresentato sulla scena assomiglia fin troppo a quello che la cronaca (spesso quella nera) e le indagini demoscopiche raccontano di noi.

Il pater familias è padrone assoluto nel chiuso delle quattro mura, ma a sua volta è schiavo passivo della televisione. Incollato, anzi invischiato alla poltrona, non trova la forza, né sente più il bisogno di sollevarsene. La moglie-madre è invece vittima dello stereotipo della "bionda senza cervello", interessata unicamente a sfondare nel mondo dello spettacolo, ad apparire sotto i riflettori. Annamaria Rossano dimostra una fortissima presenza scenica, "occupando" e dominando il palco con le sue mosse, i sorrisi da svampita e l'energia della disperazione che muove la protagonista che interpreta. Da cabaret i duetti con il fratello Lo, interpretato da un effervescente Tommaso Banfi. Tra moglie e marito si recita una tragicommedia che vira al grottesco.

Ma quando entrano in scena i figli, i Canicani, lo spettacolo s'inabissa nei toni più cupi della tragedia dark, in cui gli interventi del macellaio dal sorriso clownesco non servono ad alleggerire l'atmosfera quanto piuttosto ad aggiungere lo sfregio del sarcasmo alla ferita della carne. La canzone del Ristorante del Niente è l'esasperazione angosciante de La casa di Sergio Endrigo (Era una casa molto carina / senza soffitto, senza cucina; / non si poteva entrarci dentro / perché non c'era il pavimento...): i "cuccioli" hanno certamente fame di cibo, ma sono soprattutto bisognosi di affetto. E invece riceveranno soltanto minacce, soprusi e violenze.

Un discorso a parte merita il dibattito sollecitato al pubblico dal regista a fine rappresentazione. Confesso di nutrire qualche dubbio sulla reale utilità di iniziative di questo tipo, considerando il teatro un rito, dunque un qualcosa che si mostra, non che si "dimostra". In particolare mi ha colpito la ferma convinzione, da parte dell'autore Salvadore, del ruolo pedagogico e formativo del teatro e più in particolare di spettacoli incentrati su temi così problematici come quelli affrontati in Canicani. Anche in questo caso non posso che manifestare i miei dubbi.

Ho trovato molto pertinente, e del tutto condivisibile, l'osservazione - domanda di uno spettatore che ha chiesto se vi sia la possibilità di creare un teatro "positivo e propositivo", che indichi in pratica una possibile strada di redenzione, senza "limitarsi" a denunciare i motivi e i modi della caduta. Dopo averci riflettuto, mi viene da rispondere che andrebbe ribaltata la celebre massima con cui Tolstoj dà avvio ad Anna Karenina: "Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo". Il teatro può raccontare il dolore, la sofferenza e la morte perché sono esperienze che accomunano tutti gli uomini, mentre la felicità e la gioia sono "indicibili" perché troppo personali e dunque non teatrali.
Saul Stucchi

Creato il 20 febbraio 2011 da Valed
Un padre violento e ottuso che non si alza mai dalla poltrona e che ha un vocabolario limitato a insulti e improperi. Una madre con smanie di protagonismo e ambizioni di successo. Entrambi soggiogati e vittime dell'immaginario televisivo che inghiotte la realtà in un grande vuoto. Uno zio in arrivo dagli anni Settanta per il look, dalla cronaca contemporanea per l'incesto (con la sorella): viscido e succube del dio danaro. Un ristoratore-macellaio mellifluo e orribile, che dalla famigliola si rifornisce di organi e carne da servire ai clienti come prelibatezze. Poi ci sono loro, i canicani, i figli vittime della violenza domestica, della violenza della società. Allevati come carne da macello, pronti a essere sostituiti da nuovi bambini. Uno spaccia, l'altra si prostituisce, al terzo levano gli organi perché è l'unico ad averli sani, ma muore; sta per essere sostituito da un feto figlio di un incesto, frutto della violenza del padre sulla figlia. Nel finale sospeso da riscatto e rassegnazione sarà proprio la voce del bambino in grembo alla ragazza a sconfiggere la violenza degli adulti e a lasciare aperta la speranza di un futuro di integrazione e normalità.Tematiche sconvolgenti, quelle scritte dal drammaturgo Aquilino e messe in scena dal regista Stefano De Luca, che con la sua compagnia Lupusagnus ha realizzato una trilogia della famiglia intorno ai temi della violenza domestica: Mamma mammazza racconta di una madre che uccide il figlio, Verginella di un abuso, Canicani è l'ultimo capitolo.Temi così forti da richiedere un distacco brechtiano e catartico dalla materia. Motivo per cui il regista ha operato una scelta stilistica spiazzante: rappresentare il testo in forma di musical. Operazione pienamente riuscita: il distacco è funzionale, l'atmosfera surreale e i personaggi grotteschi aiutano a prendere coscienza che la violenza che viene rappresentata in scena ha un'attinenza alla realtà e al contemporaneo molto più stretta di quanto si sarebbe potuto percepire attraverso il coinvolgimento emotivo.Lode agli attori, tutti bravissimi, alcuni travolgenti: Annamaria Rossano (che dà una voce perfetta e una presenza scenica carismatica alla madre) e Tommaso Banfi (lo zio, originale e vagamente pulp). La formazione accademica si vede, e fa la differenza.Il contrasto tra materia tragica e forma comica perde di efficacia nel finale: il lirismo delle figure dei canicani non si incastra bene con le figure grottesche degli adulti. Inoltre l'intervento della voce del feto è sembrata personalmente una passo di troppo in direzione del surreale.Qualche ridondanza nel testo e nella resa del personaggio del padre non tolgono valore al lavoro di De Luca, coraggioso indagatore dell'orrore domestico. Indagine condotta con serietà, senza compiacimenti né retorica, ma soprattutto con tanta sincerità e impegno nell'assumere il compito che ogni teatrante dovrebbe avere come ideale: comunicare al pubblico, scuotendo le coscienze e proponendo delle chiavi di lettura del presente, dando degli strumenti che aiutino a comprendere meglio il mondo in cui viviamo. Non voglia di provocare, ma profondità dei contenuti.La passione nelle parole usate da De Luca durante l'incontro a fine spettacolo ci hanno trasmesso la passione per un mestiere, l'affermazione della dignità del ruolo del teatro (essere un mezzo di redenzione dagli orrori della società), il rispetto per il pubblico; e per una volta abbiamo sentito la parola che più manca nel mondo teatrale: dialogo, in questo caso tra artisti e pubblico. Il pubblico ha risposto con partecipazione a questa richiesta di confronto durante il dibattito (preceduto dalla distribuzione di un questionario che presentava anche delle domande a risposta aperta) nessuno ha lasciato la sala, ma tutti hanno compilato il questionario e hanno seguito la discussione. Che, peraltro, non è stata affatto banale ma anzi accesa e costruttiva. Dobbiamo dire che questa sera il pubblico di provincia ha dato una lezione a quello milanese: partecipe e pronto a farsi provocare e a interrogarsi, mentre il pubblico milanese si sta annoiando in un atteggiamento di sufficienza, di estraneità, di chiusura. Difficilmente si riesce a sorprendere lo spettatore metropolitano, sempre più simile a un medico che esegue un'autopsia: si abitua a tutto, considera la materia che ha di fronte come oggetto di analisi clinica.A fine spettacolo ci siamo trattenuti un'ora a parlarne tra amici e addetti ai lavori: anche questa una rarità e comunque sempre segno che c'è sostanza su cui lavorare!
visto al Teatro Binario 7 di Monza il 19.II.2011
 
A Lorenzo Ceva Valla e Mario Garofalo: centinaia di foto, un documentario.

Si aggirano per la sala, sembrano annusare la luce, sono il gatto e la volpe dell’immagine. Qual è il gatto e qual è la volpe non ci è dato di sapere. Tra loro giocano forse a scambiarsi i ruoli: oggi circuisco io l’ombra, tu strusciati addosso alla luce, inteneriscila, fanne una risata cristallina.

Se ne stanno nell’ombra, proprio loro che poi la modellano attorno alla luce come se fosse creta; e ne fanno statue che parlano con lampi negli occhi. Dall’ombra, osservano gli altri muoversi nella luce.

Li spiano come se celassero segreti, li spiano nei loro dettagli più intimi, li spiano nella forma che assumono e nella piega dell’animo, li spiano senza stupore e senza malizia, innamorati della danza dei corpi nello spazio, e delle espressioni che si pitturano sui volti.

La volpe sguscia via tra l’uno e l’altro e nessuno si accorge della sua esplorazione lesta e guardinga: un guizzo, è già sull’altra inquadratura.

Il gatto si conquista le simpatie: qua, micio, fammi un primo piano! E ancora: accarezzami con il teleobiettivo, gattino! E un’altra: il profilo giusto, mio mao, fammi bella!

Il gatto e la volpe sembrano ombre nell’ombra, nessuno fa mai caso a loro, se non quando loro stessi lo vogliono: allora tutti gli si affollano intorno a fare smancerie e assumere pose.

Altrimenti, dal trono della discrezione, affondano le lenti nella carne e nello spirito, colgono l’attimo prima che svanisca per sempre e fanno sberleffi al tempo. Ciò che era una briciola d’oblio diviene l’immagine eterna: nella sua fissità c’è la suggestione della danza e della parola.

E se le immagini sono invece in movimento ecco che la vita ci viene incontro con un abito nuovo, pulito e ordinato. Quello che, nel tempo, era caos e altalena di pieni e vuoti, ora è un fluire elegante ed espressivo.

Tutti applaudono.

Il gatto e la volpe si rifugiano nel silenzio dell’ombra: da lì la luce è più potente.

Marco Mojana ha scritto le musiche. L'autore ha scritto i testi, ora filastrocche per esprimere concetti non concettuali, ora versi che facciano fiorire le emozioni, ora il canto dell'anima di un personaggio o l'inno di una metafora. Parole con rime. Metrica. Parole monologhi, parole dialoghi tra i personaggi, parole cantate. Eh, le canzoni. Un personaggio recita le ultime battute, poi canta. Di colpo, la scena cambia. Qualcuno ha aumentato l'intensità della luce? Oppure ha aperto una finestra? Ma... c'è un orizzonte, laggiù? E che cosa... perché la sala vibra? La voce che prima arrochiva o strillava o sussurrava o scandiva secca, ora suona. La voce suona. Pare di vedere le note. Sorgono dal pavimento, spiovono dal soffitto, erompono dai muri, sgusciano dentro dalle fessure delle porte... A una voce se ne aggiunge un'altra. Come nel giardino dell'autore, quando al pettirosso timido si affianca la cinciallegra spavalda, e poi il prepotente verdone e anche il merlo stupido e il curioso fringuello, e lo senti l'usignolo, appartato laggiù? Il canto non è solo voce e suono, è luce e spazio, e quando gli uccelli volano via e in aria rimane solo il dondolio del ramo, che mistero! Il mistero del silenzio, un'altra musica.
Ai tavoli della “Compagnia dell’Agnello” si erano già accomodati l’elfa arciera Canbett con gli hobbit esploratori Cancion e Canfil. Il locandiere Burgo servì loro birra chiara e scura. Nessuno parlava. Erano tutti in attesa di qualcuno e di qualcosa. In un angolo, Marcos accompagnava con la viella il bardo Aquilio che cantava imprese eroiche ancora da compiere.

La porta fu spalancata e sull’abbaglio si stagliò l’orco Tatù, villoso e ingrugnito, con la sua ninfa Chicce, radiosa. “Birra, Burgo!” urlò l’orco spaccando un tavolo con un pugno. Lo schianto fu seguito dal fracasso della porta divelta dai cardini e scaraventata sopra la quercia millenaria. Il troll Lo entrò allargando il vano con le spalle nude, muscoli di pietra. “Mi distruggi la locanda!” gemette Burgo; ma il troll lo zittì con un ringhio. Dalla breccia nel muro volò dentro sulle vibranti ali di libellula la messaggera Julia, più veloce di uno sguardo. “Eccolo!” annunciò.

Il camino emise uno sbuffo di fumo arcobaleno in cui si formò la figura del mago Stephano. Levò alto il braccio sinistro per fare alzare tutti in piedi, poi levando il destro fece crollare una parete e sul prato antistante apparvero gli abitanti del borgo, assiepati per assistere ai prodigi.

“Staniamo il lupo!” comandò il mago.

“Ma voi chi siete?” domandarono in coro gli spettatori.

In quel momento, calò un’ombra gigantesca e tutti rabbrividirono. Tra loro e la locanda si posò un drago. Ci stava in arcione la regina Martosta, seguita dalle amazzoni Carlott e Lindola sopra candidi cavalli alati.

“Noi siamo Lupusagnus” rispose il drago. Poi soffiò fiamme in cielo per incidere il nome sulle nubi.

Teatro Strehler, sala Fortunato, ore 10,30. Il rito degli abbracci, "vi ho portato le brioche", le novità: Stefano mi fa ascoltare altre canzoni, gli occhi che brillano di entusiasmo. Marco Mojana non ha solo messo in musica dei versi, ha colto il senso del testo, l'atmosfera, l'emozione.

Mi mostra le fotografie del trucco. Se n'è occupato un professionista, anche lui in piena sintonia, ecco i musi dei canicani!

Chi si cambia, chi va in bagno a spalmarsi un po' di cerone, chi ripassa la parte, chi vaga non si capisce con quale scopo. E poi vedo Marta sistemare i guinzagli, Stefano prendere le misure della scena. Arrivano anche Mario e Lorenzo e cominciano subito l'uno a filmare l'altro a scattare foto.

C'è un'attesa. Come quando il cielo si mette in pausa e annuncia: tutti fermi, tutto fermo, arriva il temporale. Nemmeno gli uccelli volano più; e la brezza cade. Qui è lo stesso, ma non si attende il temporale. Qui si aspetta il sole. Occhieggia fra le nubi alle prime battute, e il tepore è già piacevole. Ma poi si staglia luminoso e caldo sull'azzurro del cielo, ed ecco le parole incatenarsi in modo ordinato, e colorarsi di emozioni, e le parole sono movimenti, ognuno ne va alla ricerca, come anche fa il proprio viso, come fanno le mani. Tutto si muove, tutto parla.

Stefano interrompe, Rifare. Di nuovo. Un'altra volta. Facciamola ancora, per favore. L'ultima. E ogni volta la luce si fa sempre più intrigante e invadente, scaccia le zone oscure, allarga la visione, mostra i dettagli, perfino il riflesso delle parole negli sguardi degli interpreti. La prova prosegue e la scena s'illumina d'emozione. Le ore trascorrono, ma il tempo non pesa. Parole, parole, e ancora parole... e gambe mani occhi alla ricerca del quadro perfetto, della statua greca che incanta. E, di tanto in tanto, il silenzio. Gli dei meditano. Su che cosa? Sulla bellezza che gli uomini sanno creare. Forse sono addirittura invidiosi.

Stefano De Luca è il regista. Il regista sono Stefano, il portatile e il blocco note. Stefano è una mente con la luce sempre accesa, un cuore sempre pronto ad aumentare i battiti, uno sguardo onnivago (neologismo, il regista e l’autore inventano il nuovo), un corpo ondivago su e giù dalla sedia avanti e indietro per la scena.

Il regista non vede persone attorno a sé, vede personaggi, fotografi, coreografi, costumisti e tecnici. Con loro parla, mai però per fare conversazione, solo per guidare nella giusta direzione la grande macchina dello spettacolo.

Paziente e cortese, ascolta le persone quando interrompono il silenzio rituale ed espongono osservazioni o addirittura suggerimenti; ascolta e non sente, o sente e finge di non ascoltare, depositando le parole in uno scrigno che riaprirà a tempo debito.

Idra dalle cento teste d’oro, il regista fa passi falsi, una testa cade, ma altre due ricrescono subito feconde di idee e soluzioni.

Il regista amalgama gli elementi naturali che ha portato alla luce dai cuori degli attori, dopo che ha scrutato nei labirinti dietro i loro sguardi; fa appello a una scienza antica che carica di energia la materia inerte, infondendole lo spirito; e mescolando e rimescolando va alla ricerca della pietra filosofale che tutto trasmuta in oro, anche le parole stanche.

Ora arranca, ora vola, ora scivola, ora danza, ora precipita, ora salta alto nel cielo per vedere sé stesso e la scena dalle nuvole; ora gesticola esagitato, ora osserva muto, ora si assenta, ora ride.

Il regista è regista anche di sé stesso.

Egli è sette attori ed è ciò che fa di sette attori un unico interprete. Di cento scene fa una visione, di mille parole un solo lungo applauso. Il regista è sette attori, è la luce. Vede corpi in movimento nell’aurora e al tramonto, nell’abbaglio del meriggio e nella tenebra della notte. Ascolta i respiri e gli strilli, ascolta la musica. Ce l’ha nello stomaco, una vibrazione per l’anima. E infine è pubblico, e guarda alla propria destra e si ritrova seduto in platea; e guarda alla propria sinistra e si ritrova nella testa dello spettatore. Da lì, dirige.

Carlo Ponta è Burgo, il gestore del ristorante “Frattaglie”, rinomato per singoli, coppie e orge culinarie. Entra cantando. La faccia un sorriso sbracato e onnivoro, la smorfia oscena di chi vede il mondo come cibo. Faccia di pagliaccio che offre divertimento e piacere. Il suo è un invito a godersi la vita. Avanti, avanti, prendete posto! Provvederà lui a tutto. Nato per servire. Benefattore dell’umanità.

Non è un uomo, è un’azienda. Florida. Il cui unico obiettivo è la soddisfazione della clientela. Cuore e mente e coscienza asserviti a sviluppo e profitto. La fame sostituita dalla golosità. La golosità pretende le novità. Sempre nuove ricette, sempre nuovi manicaretti. Un consumo totale.

Nella logica aziendale, le vite dei canicani hanno valore solo in quanto materia prima. Non sono individui con diritti, non sono nemmeno individui. Sono carne e basta. Burgo non vede al di là del bilancio di fine anno. Tutto perde di significato, se l’azienda soffre. Se i conti vanno in rosso, la maschera del pagliaccio si fa tragica, ma è solo piaggeria. Burgo non esita a ossequiare coloro di cui ha bisogno umiliandosi senza dignità, sapendo che comunque il vincitore sarà lui, perché solo lui trarrà un vero profitto. Disprezza gli intermediari tra lui e la materia prima, privi della sensibilità necessaria per apprezzare la differenza tra un rene e un fegato. Ama la materia prima come il collezionista ama le farfalle che infilza vive con lo spillo. I suoi fornitori sono esseri umani? Devono essere fieri di finire nel piatto di un goloso buongustaio! Il mondo funziona così, qualcuno è il cibo, qualcun altro lo mangia. L’importante è che il cibo sia cucinato bene. Altrimenti i clienti disertano il ristorante.

Fabio Zulli, Canfil, canecane. Se ne sta volentieri ai margini. Assente. La mente altrove. Anche i sensi. Dà l’impressione di non vedere, non sentire. Invece, con la coda dell’occhio spia i dintorni. Spia le persone. Sul chi va là. Da che parte potrebbe giungere la minaccia? Non si fida di nessuno. Nemmeno dei fratelli. Deve pensare a sé, alla propria sopravvivenza. Solo quello conta. Quando gioca, cede al fascino della gioia di stare con gli altri senza pericolo, ma a un certo punto si ritrae, si chiude di nuovo in sé stesso. A volte sembra lui la minaccia. Guarda gli altri come gli aguzzini guardano loro. Forse vorrebbe anche lui scaricare il proprio tormento infliggendo agli altri i patimenti subiti.

Non cerca, come Cancion, il sollievo nell’immaginazione. Lui è concreto e realistico, detesta i sogni. Non cerca, come Canbett, una via d’uscita. Lui è rassegnato. Il mondo è fatto così, c’è chi comanda e uccide e c’è chi obbedisce e muore. Lui obbedisce, ma non vuole morire. Tutto lì. Possono fargli qualunque cosa, anche torturarlo e violentarlo, lui farà di tutto per continuare a vivere. Vivere e basta, anche così, anche nell’orrore.

Annamaria Rossano, Chicce, moglie di Tatù, madre dei canicani. I tacchi altissimi rivelano tutta la sua instabilità. Anche quando mostra il piglio autoritario (con i canicani) o la sicurezza della seduttrice (con Lo), sembra sempre che stia per cadere o per mettersi in fuga. Situazione precaria, la sua. Padrona di casa, non è padrona di niente. Tatù l’afferra, la stende sul pavimento sotto di sé, mima lo strappamento della lingua. Lo fa la corrida, lei grida olé, ma sarà il toro a vincere. Chicce si dà. A Tatù, a Lo, al pubblico.

Per recuperare un’immagine di sé che la gratifichi s’inventa artista e sogna applausi. Eccola ballare e cantare. La casa degli orrori è un palcoscenico di velleità egocentriche e narcisistiche. Ma anche lei è vittima, e lo sa. Quello che non sa è come sfuggire a una realtà in cui comunque si è ritagliata un posto in prima fila. Diventa complice e collaboratrice. Se la vittima fa altre vittime, forse è meno vittima. Così pensa. La vedo tenere i guinzagli dei canicani, comandarli con voce dura. Anche lei è aguzzina e torturatrice. Ne è felice, significa che non è vittima.

Il mondo è dei tre maschi (Tatù, Lo, Burgo) e lei come femmina può solo esibirsi nel vuoto.

Marta Comerio-Canbett, canecane. La saggia. Sa che spetta a lei prendersi cura dei canicani. Non è solo sorella, è madre, ma soprattutto è l’unica che vagheggia l’idea di un cambiamento. C’è un futuro diverso, da qualche parte.

Sul pavimento, si lascia andare ai giochi con i canicani, senza ritrosie come Canfil, ma anche senza lasciarsi andare del tutto come Cancion. Ama Cancion perché si è mantenuto innocente, mentre Canfil è andato via via assomigliando sempre più ai loro aguzzini. Gioca, ma rimane sempre vigile. Non perde mai i contatti con l’ambiente. È consapevole in ogni situazione. Vigila alla ricerca di occasioni, che sembrano non venire mai. Vive il presente in quanto preludio del futuro. Anche lei è vittima, ma ha preservato dalle devastazioni della violenza un angolo incontaminato di coscienza, del quale vuole avvalersi per cercare una vita migliore.

Eccola correre angosciata da un lato all’altro della casa-mattatoio. I canicani sono soli in casa e lei chiama “mamma!” come se chiamasse sé stessa, come se si cercasse. E poi eccola fare di nuovo branco. Non se ne andrà mai da sola. Una vittima rimane vittima se si lascia alle spalle i compagni di sventura. Lei è capobranco. Annusa l’aria. Cerca l’odore della salvezza.

Matteo Barbé è Cancion, un canecane. Quando si rotola a terra improvvisandosi cane, lo vedo corpo dall’anima molteplice. Potrebbe essere volpe, o cinciallegra, o radice che scava nella terra, o torrente, o suono di vento tra le fronde. Ma ora è canecane e gioca con i fratelli.

La reciprocità degli spunti rende l’azione continua e l’idea dell’uno si fa subito corale e diventa comunicazione ininterrotta. Esplorazione dell’ambiente, lotta, riposo, coccole, scherzi, solidarietà… e soprattutto gioco. Si vede la vita nella sua elementarità. Il corpo umano che aderisce al corpo terrestre, di terra e di aria. Un corpo che cerca altri corpi, pelle su pelle per comunicare lo stare vicini, lo stare insieme senza aggressività. La ricerca del calore nel contatto, o anche solo in uno sguardo.

Corpo bambino, voglia di abbracci. Ma poi lo vedo strattonato da Chicce, la madre. In un attimo l’orrore cancella il gioco. A grandi passi si fanno avanti la paura e il dolore e Matteo-canecane che sembrava avere trovato rifugio nella rassegnazione eccolo invece dibattersi e urlare, terrorizzato. La vittima. Con lo stupore che prova sempre qualunque essere vivente quando si trova di fronte all’abisso in cui il cuore smette di battere per sempre, e la mente si spegne, Matteo-canecane bambino è ora lo scandalo esistenziale dell’innocenza brutalizzata. Si toglie la maglia, la carne nuda grida la propria impotenza, non c’è strillo che possa fermare l’orco. Lui è solo carne, gliela si può strappare, la si può mettere in vendita.

L’anima che giocava non ha valore, non interessa a nessuno.

Tommaso Banfi è Lo, fratello di Chicce, cognato di Tatù. Controlla i canicani, mantiene l’ordine. Lo vedo arrivare con un passo da trampoliere nella stagione degli amori. Sì, la sua è una danza di conquista. Ma anche di morte. Le movenze ora sono quelle di un ballerino di tango ora di un cobra incantatore. La giravolta può preludere all’attacco inatteso: uno scatto, e la vittima si accascia.

Sadismo da intenditore, esteta edonista per paradisi artificiali, cocainomane erotomane, curioso indagatore della sofferenza e della morte. Uccide con il tocco dell’artista, distaccato e appassionato nello stesso tempo. Supplisce alla mancanza di sentimenti con un eros senza confini, la cui immoralità è solo un dongiovannismo bisessuale eppure asessuato. Non cerca il piacere in sé, ma la sottomissione del partner a un piacere mai appagante, che finge solo per portare avanti un gioco di dominio.

Crea la complicità della vittima, portandola a uno stato di quiescenza assoluta. È il suo modo di amare: essere adorato perché temuto, essere idolatrato perché onnipotente. Distaccato, perfino annoiato, ha bisogno di stimoli continui.

E di vittime a non finire.

Quello che ho visto durante l'improvvisazione, primissime prove, alla ricerca delle interpretazioni.
Enrico Ballardini è Tatù, il padre.

Enrico è una maschera che ruggisce, ma non ha l’alterigia cinica del leone, bensì la ridondanza paesana del macho da bettola, di volgarità melmosa, odore di sudore, barba mal rasata, muscoli ansiosi di spaccare, ma non di affrontare il più forte; spavaldo, se appena tira vento è già in fuga; ama picchiare le femmine tanto stupide da farsi picchiare, e se ne vanta con i complici di bevute (vino rosso scadente); i froci lo fanno vomitare e per questo s’inventa di menarli, così cazzo magari dallo spavento gli viene a piacere la figa; è religioso anche se sparla dei preti bastardi che fanno la bella vita e va a messa perché ha paura della morte; inchiodato sulla poltrona-trono, Enrico è un corpo flatulento che lancia braccia e gambe nello spazio per afferrare qualcuno da maltrattare, ragno-polpo che divora il mondo; lo vedo che brontola cupo, Enrico, che impreca e insulta, e sbava e s’illude di dominare; invece, è solo; invece, Lo se la fa con sua moglie; invece, Burgo lo sfrutta; invece, è solo un tipico essere umano meschino e mediocre, mai protagonista, a meno che qualcuno non gli offra la possibilità di fare stragi, massacri, eccidi, magari legali. Tipo da guerra etnica, Enrico-Tatù; da crociata; da fascismo; da famiglia in cui chi comanda è l’uomo, e gli altri tutti zitti.

UCCELLI CANICANI

Alla sinistra della mia postazione al computer, oltre l’ampia finestra, a tre metri da me, ogni giorno gli uccelli mi fanno compagnia. Mi alzo, bevo un tè, preparo il vassoio con panettone crostata semi misti pastone a volte strutto, riempio il dispenser di semi di girasole, rientro e mi metto a scrivere. Là fuori si affollano sui cespugli, a ondate. Prima i passeri, che sono di vedetta e calano voraci e festosi; poi i verdoni tozzi e prepotenti; in mezzo ci si mettono le cince e i fringuelli; il pettirosso va e viene guardingo e solitario. Quest’anno le gazze se ne stanno lontane, non so perché; e anche le tortore. Non ho ancora rivisto i colombacci, lo scricciolo, il saltimpalo… Non so se morirebbero di fame, senza la mia fornitura quotidiana; so che sono belli grassi e contenti. Certo, sporcano, escrementi e bucce di semi. Ma poi piove, si lava via tutto. Uccelli in inverno. Canicani. Non trovano cibo, respirano tossine, gli sparano, i gatti sono in agguato… Bambini sulle strade del mondo, e sappiamo bene com’è il loro viaggio. Poveri disgraziati sfruttati condannati emarginati cacciati da ogni luogo disprezzati odiati picchiati uccisi torturati imprigionati. Erano esseri umani, ora sono solo carne da macello. Imbarazzano, sporcano… e poi la storia lava via tutto. Nemmeno il ricordo. Non è questione di elemosina. Bella ipocrisia la monetina e basta. Bisogna andare a monte, agli atteggiamenti. Quale concezione si ha della società. Della nazione. Del mondo degli affari. Che cosa si pensa della giustizia sociale. Della ricchezza. Di sé. Degli altri. Non è questione di religione. Le religioni non hanno mai risolto i conflitti sociali. Anzi, se ne alimentano. È questione di quello che abbiamo dentro, della nostra visione del mondo. Se è un poco giusta, e basterebbe anche solo un poco, ci si avvierebbe su una strada diversa. Ma per la maggioranza la visione del mondo è egocentrica, punto e basta.

Si accendono le luci, che bagliore! S’inchina il brusio all’apparire dell’attore, poi muta in silenzio sacro: il rito ha inizio. Negli occhi dello spettatore il bagliore si rinnova in emozione, e l’ansia per una vicenda che è sempre di amore e di morte, di pianto e di risa… erompe nell’ovazione. L’applauso è un respiro forte, l’eco spinge qua e là i gridi di entusiasmo. E subito silenzio. L’attore con un solo gesto crea l’incanto. Tutta piena di parole è questa sala. Santo santo santo è il teatro. Oh gli strilli della rabbia! Ora, bestia in gabbia, l’attore aggredisce lo spazio. Oh poi la pena sconfinata nella voce spezzata! Singhiozzi e lamenti, lusinghe e seduzioni, gioie e dolori sospinge come onde di burrasca l’attore sugli spettatori! Si spengono le luci, un’eco di passi una porta sbattuta la scena ora è muta. A nessuno è dato di vedere il tremolio della mano dell’attore, che non stringe nessun teschio; lo sguardo perso del regista sull’assito senza orme; la solitudine nella gola dell’autore che parole, parole non ha più. Tutto dorme. Non questa inquietudine per cui non c’è battimano, non questo ritrovarsi da soli in sé stessi, e il mondo lontano. Non questa pena che viene dalle stelle, riflettori dell’anima, questa pena per le cose belle che ci svuotano il cuore. Non questa pena per ogni cosa che sempre, ogni volta, un poco muore.